La nostra società ha legato il suo destino a un’organizzazione fondata sull’accumulazione illimitata. Questo sistema è condannato alla crescita. Non appena la crescita rallenta o si ferma è la crisi, il panico. Ritroviamo “l’Accumulate! Accumulate! Questa la legge, questi i profeti!”. Questa necessità fa della crescita una “camicia di forza”. L’occupazione, il pagamento delle pensioni, la spesa pubblica (istruzione, sicurezza, giustizia, cultura, trasporti, sanità ecc.) presuppongono l’aumento costante del prodotto interno lordo (PIL).

Alla fine, il circolo virtuoso diventa un ciclo infernale… La vita del lavoratore si riduce perlopiù a quella di un “biodigestore che metabolizza il salario con le merci e le merci con il salario, transitando dalla fabbrica all’ipermercato e dall’ipermercato alla fabbrica”. (Paolo Cacciari, Pensare la decrescita. Sostenibilità ed equità, Cantieri Carta/Intra Moenia, Roma/Napoli, 2006, p.102)

Per permettere alla società dei consumi di continuare il suo carosello diabolico sono necessari tre ingredienti: la pubblicità, che crea il desiderio di consumare, il credito, che ne fornisce i mezzi, e l’obsolescenza accelerata e programmata dei prodotti, che ne rinnova la necessità. Queste tre molle della società della crescita sono vere e proprie “istigazioni a delinquere”.

La pubblicità ci fa desiderare quello che non abbiamo e disprezzare quello che già abbiamo. Crea incessantemente l’insoddisfazione e la tensione del desiderio frustrato.

D’altra parte, il ricorso al credito, necessario per far consumare quelli che non hanno un reddito sufficiente e per permettere agli imprenditori di investire senza disporre del capitale necessario, è un potente “dittatore” della crescita nel Nord, e anche, in forma ancora più distruttiva e tragica, nel Sud.

Con l’obsolescenza programmata, la società della crescita possiede l’arma totale del consumismo. In tempi sempre più brevi, apparecchi e oggetti, dalle lampade elettriche agli occhiali, si rompono per il cedimento voluto di un elemento. Impossibile trovare un pezzo di ricambio o un riparatore. La riparazione comunque costerebbe più che comprare il prodotto nuovo (nel frattempo, fabbricato a prezzi stracciati nelle galere del Sud-Est asiatico).

Siamo dunque diventati dei “tossicodipendenti” della crescita. E d’altronde la tossicodipendenza da crescita non è una semplice metafora. Ed è un fenomeno polimorfo. Alla bulimia consumistica dei drogati da supermercato e da grande magazzino fa da contraltare il workaholism, la dipendenza da lavori dei quadri, alimentata magari dal consumo di antidepressivi e anche, secondo le inchieste inglesi, dal consumo di cocaina per i quadri superiori che vogliono “essere all’altezza”. L’iperconsumo dell’individuo contemporaneo “turboconsumatore” sfocia in una felicità ferita o paradossale. Mai gli uomini hanno raggiunto un tale grado di prostrazione. L’industria dei “beni di consolazione” tenta invano di rimediare a questa situazione. 

Latouche, Serge (2009), Breve trattato sulla decrescita serena, traduzione di Fabrizio Grillenzoni, Torino, Bollati Boringhieri, pp.26-30.